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16 SETTEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 12:45
È passato poco più di un mese da quando il Dipartimento di Stato Usa ha portato a 50 milioni la taglia sul presidente venezuelano Nicolás Maduro, il doppio da quanto offerto dall’Fbi per Osama Bin Laden, nel nome della lotta al “terrorismo” e al “narcotraffico”, inviando due navi da guerra, 4.500 soldati e sei F35 nel Mar dei Caribi, al confine delle acque territoriali venezuelane, in una lenta ma pericolosa escalation. L’operazione conta finora decine di sequestri di imbarcazioni con droga, una nave affondata – con 14 vittime – e un paio di incursioni in acque territoriali venezuelane, di cui l’ultima, avvenuta il 13 settembre, è consistita nell’assalto di una nave di pescatori, “Carmen Rosa”, sottoposta a fermo di circa otto ore. “È una provocazione diretta, attraverso l’uso illegale di mezzi militari sproporzionati“, si legge in una nota diffusa dalla Cancelleria di Caracas, volta a “giustificare un escalation bellica nei Caraibi” e “insistere nella politica, fallimentare e respinta dallo stesso popolo statunitense, di un cambio di regime” in Venezuela. “Siamo pronti alla lotta armata, se necessario”, ha ribadito Maduro nelle stesse ore, lanciando il “Plan independencia 200”, che coinvolge la Forza armata nazionale bolivariana e le milizie rivoluzionarie, “dispiegati in 284 fronti di battaglia”, sostenendo che le ricchezze del Paese sudamericano “non apparterranno mai all’impero norteamericano”. Secondo Caracas almeno 8,4 milioni di miliziani sono stati chiamati alle armi, oltre ai 25mila soldati già operativi nel tentativo di colmare il divario logistico segnato dai 150 milioni di dollari finora spesi dagli Usa nella spedizione caraibica.










