Edoardo non si ferma, avanti e indietro davanti a quei teli bianchi che nascondono il piano terra del Constellation. Non ha ancora 16 anni e da fumo e fiamme è riuscito a fuggire. Il rogo l’ha ferito dentro. La chiamano sindrome del sopravvissuto e lui agli psicologi venuti in aiuto ripete «non sono riuscito a salvarlo». Poi guarda negli occhi quegli adulti con un viso senza più espressione: «Perché io sono qui, perché non l’ho salvato, perché io vivo?». Elvira Venturella, uno dei quattro psicologi valdostani che per tre giorni hanno tentato di lenire un dolore inimmaginabile, è tornata l’altra sera da Crans-Montana, dallo sguardo dei genitori in attesa della più terribile delle sentenze, la morte di un figlio, e da quello di Edoardo, che dentro quel bar ha perso l’amico con cui aveva deciso di festeggiare il Capodanno. Le fiamme gliel’hanno strappato, il fumo non gli ha più permesso di vederlo.
Quel ragazzo in cerca di un perché A Crans-Montana c’era quel ragazzo in cerca di un perché che non troverà mai e c’è ancora un corridoio, simbolo di passi tremanti verso scrivanie dove donne e uomini in divisa ti accolgono con parole sconvolgenti, soffocanti. Quel corridoio porta a stanze che cancellano la speranza, ma anche quella terribile attesa, quel pensiero che balla tra vita e morte, come passasse da caselle d’incertezza. Venturella: «Molti genitori non volevano lasciare il Centro congressi Le Regent che era diventato dolorosa anticamera, vite sospese per tre giorni. E quando veniva la notte ci chiedevano “ma voi state qui, vero?”. In quel corridoio dovevamo accompagnarli quando un poliziotto ci chiamava. La chiamata avveniva quando in quelle stanze in fondo al corridoio era arrivata la conferma dell’identità di una vittima attraverso la comparazione del Dna».















