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L’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela, con la cattura del presidente del paese Nicolás Maduro, è stato definito illegale da molti esperti e media. L’amministrazione di Donald Trump rigetta questa accusa, rifacendosi a una lunga tradizione di politica estera che in passato ha provato a giustificare attacchi di questo tipo, tradizione però da sempre molto contestata.
Anzitutto, è assodato che l’attacco violi la legge internazionale. Secondo l’articolo 2 dello Statuto delle Nazioni Unite, uno stato può usare la forza militare contro un altro soltanto in tre circostanze: se ha l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU; se ha l’autorizzazione dei rappresentanti politici dello stato in cui avviene l’azione militare; se la propria sicurezza è minacciata. L’attacco in Venezuela non rispetta nessuno di questi tre criteri.
In passato gli Stati Uniti avevano avviato attacchi militari senza il consenso del Consiglio di Sicurezza, ma potevano sostenere in maniera più o meno credibile che la loro sicurezza fosse minacciata (come con l’invasione dell’Afghanistan nel 2001, dopo gli attacchi dell’11 settembre) o di avere l’autorizzazione di un governo locale più o meno riconosciuto come legittimo. Anche quelle operazioni del passato erano state molto contestate, spesso con forti argomenti, ma nell’attacco contro il Venezuela è difficile vedere anche soltanto una parvenza di legalità, almeno dal punto di vista del diritto internazionale.













