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5 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 14:50

Donald Trump aveva “espresso privatamente la sua perplessità su un’operazione militare in Venezuela”. Per questo ha provato a negoziare con Nicolás Maduro per mesi, dicendo di voler trattare “a modo suo” la questione e affidando il dossier a uno dei suoi più fidati collaboratori, il diplomatico Richard Grenell. Ma alla fine il presidente Usa è stato convinto dal segretario di Stato Marco Rubio – figlio di immigrati cubani – e da altri “falchi “della sua amministrazione che l’intervento fosse necessario per rovescire un “regime brutale“, in quanto Maduro era “un terrorista” e non avrebbe rinunciato al potere senza un’azione di forza. Così il Wall Street Journal ricostruisce le tappe che hanno portato all’attacco americano a Caracas e alla cattura del presidente in un blitz notturno il 3 gennaio. Il Venezuela – premette il quotidiano finanziario – è diventato una “tempesta perfetta“, il punto di convergenza di tutte le priorità del secondo mandato di Trump: deportazioni di immigrati, lotta al traffico di droga, vaste riserve petrolifere e minerarie. Secondo ex funzionari citati nell’articolo, euando è tornato alla Casa Bianca a gennaio dello scorso anno, Trump ha detto di aver capito di aver investito troppo tempo e capitale politico, durante il primo mandato, nel tentativo di estromettere Maduro senza riuscirci. Così Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth, il vice capo dello staff della Casa Bianca Stephen Miller, il direttore della Cia John Ratcliffe e Dan Caine, capo dello Stato maggiore riunito, hanno iniziato a incontrarsi con regolarità per elaborare un piano per rimuovere il presidente venezuelano.