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Ultimo aggiornamento: 7:20

Tra i miei studenti detenuti, la (contro-)riforma sulla separazione delle carriere gode di ragguardevole consenso. Chiunque abbia avuto problemi con la giustizia tende a prendere per buona qualsiasi iniziativa che possa dare anche solo l’idea di andare contro il presupposto strapotere della magistratura.

Siamo reduci da decenni di disinformazione propagandata da televisioni e media che mirano a screditare chiunque si proponga di smascherare le marachelle di padroni, padrini e politici da controllare in quanto disonesti. È indiscutibilmente vero che la giustizia non funziona, ma si tratta di un problema annoso le cui colpe vengono addossate unicamente sui giudici. Pochi rimarcano le responsabilità della politica che, a dispetto di centinaia di piccoli interventi sul piano procedurale (per aggiustare questo o quel processo), non è mai intervenuta seriamente con riforme strutturali atte a razionalizzare la materia penale. Né a sopperire alle note carenze di personale e di mezzi da cui dipende essenzialmente quello che è forse il più impellente dei problemi: l’inefficienza e la lunghezza dei tempi della giustizia.

Ecco, a me non sembra che con la riforma recentemente approvata con doppia deliberazione delle Camere si sia voluto anche lontanamente affrontare quest’ordine di questioni. Né i condannati, né noi liberi cittadini avremo un minimo beneficio dalle carriere separate e dalla tripartizione dei Csm (che anzi aumenterà i costi che andranno a gravare su noi contribuenti). L’unico risultato mi pare una sorta di resa dei conti contro certe Procure “scomode” e l’ennesimo attacco contro l’indipendenza della magistratura e la Costituzione che l’ha sancita.