Sarebbe bastato leggere l’ordinanza di arresto di Mohammad Hannoun e degli altri presunti fiancheggiatori di Hamas per non precipitare nel crepaccio del ridicolo sulla ipotizzata matrice israeliana dell’inchiesta di Genova. Uno sforzo evidentemente eccessivo per la sinistra pro-Pal che preferisce, invece, alimentare le fiamme della suggestione che vedrebbe lo Stato ebraico fabbricare le prove per incastrare il capo dei palestinesi in Italia e il suo esercito di elemosinieri musulmani. Prove che sarebbero state recepite, senza batter ciglio, dalla Procura prima e dal Gip Silvia Carpanini poi per mettere in galera nove persone.
Stanno davvero così le cose? Assolutamente no, tant’è che lo scrive lo stesso giudice prevenendo (saggiamente) le critiche che sarebbero arrivate. Anzitutto bisogna ricordare che Hannoun era già stato indagato nel 2021 e archiviato proprio perché non erano «pervenuti dalle Autorità israeliane, entro il termine delle indagini preliminari, gli atti di assistenza giudiziaria richiesti». E, quantunque trasmessi successivamente da Tel Aviv, il procedimento era stato in ogni caso archiviato dal gip. Quindi, non pare esserci stato alcun accanimento della magistratura italiana su Hannoun. È stata la strage del 7 Ottobre 2023 di Hamas a imporre un «rinnovato interesse investigativo», scrive il Gip, nei confronti dell’imam. Tanto da far nascere l’attuale filone, riunito al vecchio archiviato, basato su «intercettazioni telefoniche, ambientali, informative e sistemi di videosorveglianza» nonché su relazioni dell’intelligence (Osint) e «analisi patrimoniali e finanziarie». Nel fascicolo son poi confluiti pure i risultati del processo olandese a Rashid Abou Amin e, solo alla fine, la «documentazione inviata [...] spontaneamente da Israele ai sensi», riportiamo integralmente, «dell’art. 11 del Secondo protocollo alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria» firmato a Strasburgo nel novembre 2001 e ratificato nel 2019. Documentazione acquisita «dall’esercito israeliano nel corso di operazioni militari» risalenti ai primi anni 2000 (“Defensive Shields”) e al 2025 (“Sword of Iron”). Atti, peraltro, sempre segnalati dalla polizia giudiziaria con il prefisso “Avi” che non è, come una certa stampa ha cercato di far passare, il nome in codice dell’agente segreto che avrebbe consegnato i dossier, ma semplicemente l’acronimo di “Audio Video Interleave”, ovvero il contenitore multimediale da dove vengono estrapolate le fonti, audio o video.















