Per i legali di Hannoun, il presidente dell’Associazione dei palestinesi in Italia al centro dell’inchiesta per i presunti finanziamenti ad Hamas, le accuse sarebbero costruite su «elementi forniti da Israele». Quindi, secondo quanto vanno sostenendo i difensori dell’architetto, si tratterebbe di un complotto internazionale. Un classico, insomma.

Tanto che per gli avvocati Dario Rossi, Fabio Sommavigo e Emanuele Tambuscio, legali di Mohammad Hannoun, «quel che ci pare emergere dalla prima lettura degli atti è che l’impostazione accusatoria è largamente costruita su elementi probatori e valutazioni, anche giuridiche, di fonte israeliana, senza che sia possibile un reale e approfondito controllo su contenuti e rispetto dei principi costituzionali, convenzionali e codicistici di formazione della prova». I difensori di Hannoun, arrestato insieme ad altre otto persone con l’accusa di finanziare Hamas nell’ambito dell’inchiesta della procura di Genova e della procura nazionale antimafia e antiterrorismo, sostengono anche che «le modalità di utilizzo nel nostro procedimento paiono, per usare un eufemismo, semplificate oltre ogni limite. Domani (oggi, ndr) riusciremo a parlare con il nostro assistito in carcere e ad avere un quadro più preciso anche delle vicende rappresentate». «Il rischio», proseguono gli avvocati, «piuttosto evidente è che azioni concrete di solidarietà alla popolazione palestinese martoriata siano, di per se, solo interpretate come azioni di sostegno, o addirittura di partecipazione, ad attività terroristiche, ammesso che tale qualificazione possa ritenersi, e in che misura, corretta», concludono i Legali.