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Nel 2019 successe una cosa piuttosto anomala. Il governo di centrosinistra di Giuseppe Conte, dopo aver gestito con parecchio affanno la definizione della legge di bilancio, costrinse la Camera dei deputati a discutere il testo della manovra finanziaria, approvata dal Senato il 17 dicembre, tra il 22 e il 24 dello stesso mese. Fu un dibattito contenuto nei tempi, svolto a ridosso di Natale, e con la consapevolezza che il testo non poteva in alcun modo essere modificato.

I deputati del centrodestra denunciarono questa procedura come «illegittima», «scandalosa», «inaccettabile». I più determinati nella critica furono quelli di Fratelli d’Italia, per i quali la mancata discussione della legge di bilancio in entrambi i rami del parlamento costituiva un «precedente pericoloso». «Io penso che mai come questa volta si sia raggiunto un limite oltre il quale non si poteva e non si doveva andare», disse in aula Tommaso Foti, attuale ministro per gli Affari europei.

Giorgia Meloni, allora leader di un piccolo partito di opposizione (sempre Fratelli d’Italia, che però in quel periodo aveva tra il 4 e il 5 per cento), tenne un discorso a suo modo memorabile: «Democrazia parlamentare significa che il parlamento decide, democrazia parlamentare significa che il parlamento è centrale. E, di grazia, posso chiedervi dov’è la democrazia parlamentare nel momento in cui il parlamento non può discutere la legge di bilancio, che vi segnalo essere la prima prerogativa dei parlamenti dalla fine delle monarchie assolute e, quindi, più o meno, dal XVII secolo? Perché, se al parlamento gli togliete la legge di bilancio, vi comunico che la democrazia parlamentare non c’è e non c’è nemmeno il parlamento».