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Ultimo aggiornamento: 7:15

Non ce l’ha fatta. L’attenzione di massa, l’indignazione tremenda verso ciò che accade in Palestina, non è arrivata a Capodanno. E non per l’“accordo di pace” (rotto ogni giorno da Hamas e da Israele, che così si sostengono a vicenda), ma perché ci siamo stufati.

Prima di parlare del come siamo passati dalla protesta per Gaza al “mo’ basta con Gaza”, qualche aggiornamento da Emergency. La Striscia registra oggi – non ieri, oggi – il tasso più alto di amputazioni infantili al mondo; giorni fa la tempesta Byron ha allagato i campi profughi; 1,6 milioni di persone (il 77% della popolazione) convive con alti livelli di insicurezza alimentare; l’accesso agli aiuti umanitari è ancora ostacolato da restrizioni israeliane, con un numero giornaliero di camion molto sotto i 600 concordati. E ovviamente sì, si spara ancora. Hamas e Israele hanno ripetutamente violato la tregua di cristallo – o di cartone? – e non hanno alcuna intenzione di concordare su cosa voglia dire la “fase 2” del piano.

A logica, se ne dovrebbe parlare ancora. Per settimane ogni video sui social, ogni apertura di giornale, ogni salotto tv faceva riferimento alla Palestina. Ora per nulla o quasi per nulla: perché? Perché dobbiamo essere onesti con noi stessi: l’indignazione è spesso passatempo, sfogo social(e). E prendere posizione somiglia al tifare.