VENEZIA - A Natale le città si riconoscono dalle luci. Dai riflessi sulle vetrine, dai vetri illuminati che raccontano storie, prodotti, mani che lavorano. Eppure basta una vetrina spenta per cogliere tutta la fragilità dell'equilibrio urbano, perché un negozio chiuso non è solo un'attività che finisce: «Una vetrina illuminata è un presidio sociale, di sicurezza e di identità per la città», chiarisce il presidente del Confcommercio di Venezia, Roberto Panciera, rilanciando così l'acquisto nei piccoli negozi. «In dieci anni abbiamo perso circa un negozio su cinque e molte nuove aperture non sono vere aperture, ma trasformazioni legate quasi esclusivamente al turismo». Un fenomeno insidioso che ha cambiato il volto delle città, Venezia e Mestre comprese. Se le nuove aperture sembrano compensare le chiusure, spesso è solo un'illusione: in molti casi non si tratta di continuità commerciale, ma di riconversioni orientate a un'offerta turistica povera di qualità.

Nel centro storico di Venezia resistono ancora piccoli negozi familiari: «L'acquisto online facilita, ma spersonalizza. Nei negozi di vicinato c'è ancora chi conosce i tuoi gusti, la tua famiglia e sa consigliarti davvero» aspetto che né l'online né i grandi centri commerciali possono sostituire. Sono presìdi che custodiscono anche l'identità produttiva del territorio, come accade per il vetro di Murano, simbolo di un sapere che si vuole mantenere. Ma queste realtà sono sempre più sotto pressione. Le abitudini di consumo soprattutto nel periodo natalizio le penalizzano, mentre le vendite non danno segnali incoraggianti. Cresce così la sensazione di una città sempre meno pensata per chi la abita e sempre più piegata a un turismo mordi e fuggi. Le serrande abbassate rendono i quartieri più fragili, meno sicuri, più poveri di legami.