Ripercorriamo la storia e le trasformazioni de La Stampa attraverso gli interventi dei direttori succedutisi alla guida del giornale nel recente passato.
Caro direttore,
«vediamoci al bar all’angolo di Piazza Barberini». È Ugo Magri, caporedattore della sede di Roma, ad invitarmi all’incontro che, a fine 1996, mi apre la strada verso La Stampa. Con alle spalle il fallimento de L’Indipendente e un presente incerto a il Tempo, mi sembrò di toccare il cielo. Poi venne un pranzo con il direttore Carlo Rossella, dedicato ai temi più caldi di diplomazia e sicurezza, e quindi, sei mesi dopo, l’arrivo nella redazione di Via Barberini, il 1 giugno 1997. Era la redazione di colleghi come Pigi Battista, Augusto Minzolini, Giovanni Bianconi e Filippo Ceccarelli, sede dei corrispondenti di Le Monde e Guardian, con segretario di redazione un infaticabile Giovanni Corsi, capace di risolvere qualsiasi problema, ovunque, sempre, a tutti. Un microcosmo di giornalismo e manager di qualità che, nel cuore di Roma, viveva immerso in un’atmosfera di rispetto reciproco che mi colpì all’istante e che ho sempre portato con me ovunque mi hanno mandato i direttori che ho poi avuto: Marcello Sorgi, Giulio Anselmi e Mario Calabresi. Riscontrando che appartenere a La Stampa era un formidabile biglietto da visita, nei luoghi più lontani con gli interlocutori più diversi.






