«Un giornale autorevole e brillante». Questo pensava Massimo Giannini de La Stampa quando ci entrò per la prima volta, chiamato da Ezio Mauro alla redazione romana. Era la fine del 1994. «Il Corriere della Sera e Repubblica – racconta - erano corazzate un po’ alla fonda. Il Corriere veniva dai disastri della P2. Repubblica viveva la fase finale di Scalfari, si respirava un clima di fine impero. In mezzo c’era questa piccola nave corsara. Ci lavoravano quelle che sarebbero diventate le migliori firme del giornalismo italiano: Minzolini, Gramellini, Ceccarelli, Battista. Per non parlare degli editorialisti: Bobbio, Galante Garrone».

L’editore era Gianni Agnelli.

«Mi convocò subito a Torino. La Fiat era ancora in corso Marconi. Tutto ciò che si racconta a proposito della sua curiosità è vero. Una curiosità quasi scimmiesca».

Da te cosa volle sapere?

«Gli interessava Draghi, che aveva realizzato le privatizzazioni sotto i governi Amato e Ciampi. All’epoca Draghi non lo conosceva quasi nessuno, anche se BusinessWeek gli aveva dedicato la copertina e lo aveva definito l’uomo più potente d’Italia».