Ripercorriamo la storia de La Stampa, lunga oltre 150 anni, dalle origini della Gazzetta Piemontese fino alle sfide che ci attendono oggi. Questa è la quarta puntata.

Finito il regno solitario e carismatico di Giulio De Benedetti, il 5 dicembre 1968 arriva Alberto Ronchey per conservare il segreto di quel codice che Frassati aveva impresso al giornale e che non si era perso del tutto nemmeno durante il fascismo. Ronchey resterà in via Marenco cinque anni, gli succederà per altri cinque Arrigo Levi, in quel decennio più tumultuoso della storia d’Italia e il più drammatico per il giornale.

Nel novembre del 1977 le Brigate Rosse uccidono il vicedirettore Carlo Casalegno, che dell’anima de La Stampa era uno dei custodi più autentici, per formazione e per biografia. Un codice torinese e cosmopolita, nazionale e universale, popolare ed elitario, liberale e sociale… animato da quella tensione “azionista” che emergeva in ogni circostanza, come un riflesso istintivo.

Ronchey e Levi, nella corsa quotidiana che il mestiere impone, sono come due staffettisti che si danno il cambio correndo nella stessa corsia. Stessa età (entrambi erano del 1926), diverso il carattere, che Levi aveva sintetizzato così: «Io ero l’ottimista, Ronchey il pessimista». Inviati nel mondo con un’inesauribile passione e con l’ambizione di rappresentare una nuova generazione di giornalisti rispetto ai Montanelli e ai Barzini, capaci di esprimere un nuovo stile, meno narrativo e più cronistico, più analitico, più attento ai fatti dell’economia e allo scontro delle ideologie.