Fa una certa impressione sentire e leggere di Repubblica, quella naturalmente di carta, in vendita non nelle edicole ma dal notaio, ad un vecchio giornalista che la vide nascere con una certa ansia nel 1976. L’ansia che si viveva nel Giornale di Indro Montanelli, nato nel 1974 e diventato rapidamente, fra edicole e palazzi della Roma politica, un partito. Sì, il partito di opposizione alla prospettiva di quella che Giovanni Spadolini aveva chiamato sulle colonne del Corriere della Sera «Repubblica conciliare» ed Enrico Berlinguer poi incartò nella sua proposta di «compromesso storico». Al Giornale si viveva un’apprensione che Montanelli cercava di contrastare con una visione ottimistica delle proprie forze e del buon senso degli italiani, che lui era convinto di sapere interpretare molto meglio di Eugenio Scalfari, il fondatore e direttore del nuovo quotidiano.
Di cui, per carità, egli apprezzava la scrittura e lo stile ma che, senza volerlo offendere, sentiva «più da élite che da popolo», mi diceva a tavola o raggiungendo a piedi o la redazione romana, o casa sua, in Piazza Navona, o casa della mamma, a Prati. Montanelli, ripeto, aveva di Scalfari un profondo rispetto. E quasi ci impediva di attaccarlo nelle cronache o nei commenti, una volta uscita la sua Repubblica. Dalla selezione che ogni giorno egli faceva delle proposte che ci chiedeva per aiutarlo a trovare l’argomento del suo fulminante corsivo “Controcorrente” di prima pagina, escludeva tutte quelle che si riferivano a Scalfari, o solo potessero sforarlo. Un rispetto forse non molto ricambiato, ma cui Montanelli non rinunciava, vantandosene. Quanto il Giornale fu il partito di opposizione ad un governo di democristiani e comunisti tanto Repubblica fu il partito di sostegno a questa prospettiva, nonostante all’inizio qualche bontempone nel Psi di Francesco De Martino lo avessero scambiato per filosocialista a causa delle simpatie riservate alla rivoluzione portoghese dei garofani.









