Neppure il manifesto – dico il manifesto, “quotidiano comunista” orgogliosamente e civettevuolmente stampato in rosso nella testata ormai storica della sinistra italiana pura e radicale, tanto da essere espulsa dal Pci pragmatico o imborghesito, come gli avrebbero poi rimproverato i brigatisti rossi del famoso album di famiglia sfogliato da Rossana Rossanda - ha ritenuto di dare il suo titolo di copertina allo sciopero generale di Maurizio Landini.

Che è sceso nel taglio centrale della prima pagina, dove la prossima volta, di venerdì o lunedì che potrà capitare per allungare il solito ponte, finirà magari in uno dei richiamini bassi. Da quelle parti, dove si nasce, si cresce e si muore generalmente a sinistra, fra bandiere rosse e slogan più o meno truculenti di lotta, senza il governo che vi aveva aggiunto la buonanima di Enrico Berlinguer per proporre il suo famoso «compromesso storico», prima di ripudiarlo per rivendicare la «diversità» della sua parte politica; da quelle parti lì, dicevo, hanno avvertito l’aria di crisi che ha nuovamente investito la Cgil, stavolta forse peggio delle altre due volte. La prima fu nel 1985 col referendum tutto politico contro i tagli antinflazionistici apportati alla scala mobile dei salari dal governo del «socialtraditore» Bettino Craxi. Un referendum perduto clamorosamente, o vinto in poche località galeotte come la Nusco dell’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita, che non spese una parola nella campagna elettorale a favore del governo sognandone la caduta, tanto gli era indigesto.