«Non ho alcun dubbio, con il cambio di proprietà non vedo sul futuro della Stampa nere nubi e nemmeno la perdita del suo patrimonio storico. La Stampa ha mantenuto la sua identità persino sotto il fascismo. Questo quotidiano ha qualcosa di speciale nel suo Dna e in quello dei suoi giornalisti e anche adesso non perderà autonomia e indipendenza critica». Storico, saggista, ex direttore e oggi editorialista del Corriere della Sera, Paolo Mieli dal 1990 al 1992 è stato al timone della testata torinese. E non ha esitazioni: non hanno ragion d’essere i timori di grandi cambiamenti nella stampa italiana a seguito della cessione ad Antenna Uno, dell’armatore greco Theo Kyriakou, della società editoriale Gedi. Ovvero del gruppo in cui rientrano, oltre a questo giornale, La Repubblica, il sito di news HuffPost, Radio Deejay, Capital e M2o. Da dove nasce, Mieli, questa sua certezza sul fatto che La Stampa riuscirà a mantenere la tradizione ultradecennale di quotidiano libero e battagliero?«Dalla mia esperienza e dal fatto di conoscere a fondo la storia di questo giornale», dice l’editorialista che, dopo gli esordi come notista politico de L’Espresso, della Repubblica e della stessa Stampa, a 40 anni arrivò a dirigere il giornale della famiglia Agnelli. «Era una pubblicazione singolare che nella sua torinesità o piemontesità incarnava la sicurezza, forse un po’ anche la sicumera, di Torino intesa come una specie di Capitale d’Italia: La Stampa rappresentava quotidianamente nelle sue pagine il vanto e la certezza del capoluogo sabaudo di essere il centro dell’industria, del movimento operaio e sindacale, della cultura, del cinema che vi era nato e dell’editoria italiana. Varcavi il portone di via Marenco 32 e percepivi questa sensazione di fierezza che La Stampa conserva ancora oggi».