Tra social, marketing e dibattiti sull’identità, il vecchio signore barbuto sembra aver perso il monopolio sulla magia del Natale. Che sia arrivato il momento di ripensarlo?

di Giulia Mattioli

Nella vita di ogni bambino c’è un momento in cui il mito di Babbo Natale comincia a sgretolarsi: una frase sentita a scuola, una carta regalo sospetta del cassetto della cucina, un annuncio pop-up che consiglia dove acquistare il giocattolo chiesto nella letterina, un video che, infilandosi nella playlist dei cartoni animati, “smaschera” la grande bugia natalizia. La combinazione di algoritmi, informazioni accessibili, amici informati e contesti sociali più aperti crea un ambiente in cui la figura del vecchio con la barba bianca è costantemente messa alla prova. Non è più solo una questione di ingenuità infantile: per chi vuole mantenere viva la credenza la sfida è strutturale. Continuare a raccontare il mito sembra oggi un esercizio più complesso del passato, non perché i bambini credano meno, ma perché il mondo attorno a loro è cambiato, e con esso l’immagine stessa di Babbo Natale, ingombrante, ambigua, a tratti persino problematica.

Troppo ingessato per un’epoca che ridiscute tutto, dal genere alle icone pop, e troppo morbido per essere davvero contestato, Santa Claus resta sospeso in una dimensione curiosa: oggi, quando si parla di lui, spesso ci si concentra sui motivi per cui potremmo smettere di farlo. Ecco che un interrogativo diventa inevitabile: Babbo Natale può sopravvivere a una cultura che rivede, giustamente o meno, ogni tradizione, ogni icona, ogni simbolo?