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Ultimo aggiornamento: 20:37

Cara Francesca,

C’è una cosa importante che voglio dirti prima di tutto. Tu hai fatto e fai un lavoro di una grandezza incomparabile rispetto a quello che facciamo noi professori, o anche gli intellettuali pubblici, e certamente anche gli attivisti, per buona e giusta che sia la loro causa. Non basta dire “un lavoro diverso”, bisogna dire: un lavoro d’altra responsabilità e d’altra taglia, comparabili solo all’intensità e all’estensione del concetto di umanità.

Questa frase ha molti sensi. Il primo è: coraggio Francesca, la verità ti salva. Tu hai finalmente incarnato la voce che dovrebbe essere quella del diritto, e diciamolo pure, proprio del suo nucleo “divino”, più divino ancora per chi non crede più a nessun dio: tradurre nel dettato universale della giustizia il grido dei massacrati e degli oppressi, e con questo dare loro la voce e la rappresentanza che non hanno. Non si tratta di rappresentanza politica. No. Questo è uno dei grandi equivoci possibili. Tu li rappresenti nella difesa che ne assumi al cospetto della giurisdizione universale della ragione, cioè della “giustizia universale”, quella che in parte i tribunali internazionali amministrano. Lo sanno i milioni di uomini e donne che pendono dalle tue labbra nel mondo, perché tu rafforzi la loro (già miracolosa) speranza che “esista pure un giudice a Berlino”, nonostante tutto. E non resterà vana, ma inciderà profondamente nella storia, tutta la verità che il lavoro del diritto internazionale ha fatto in questi anni, riuscendo infine, in questi ultimi mesi, a squarciare la spessissima coltre di silenzio e menzogna che riguarda la Palestina e Israele, e con questa, a mostrare più universalmente, in tutto il suo orrore, la tragedia coloniale su cui l’economia occidentale si è fondata, “il gene dormiente” che ancora abita le nostre menti. A mostrarlo anche con le tue parole, rapporti, lezioni, interventi. La tua lezione da Johannesburg è un pezzo da antologia, che bisognerebbe leggere a scuola: anche per la speranza in qualcosa che nasce, e sembra incrinare quella normalizzazione dell’atroce e dell’abnorme che da sempre tu combatti.