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Ultimo aggiornamento: 12:14
di Serena Poli
C’è un momento preciso in cui una denuncia non è più tollerabile: non quando è dura, non quando usa parole forti o scomode, ma quando comincia a fare nomi. La vicenda di Francesca Albanese mostra questo aspetto in maniera chiara.
Lo scontro comincia sul linguaggio: quando nei suoi rapporti compare il termine “genocidio”, la reazione è soprattutto politica. Ci sono critiche sul metodo e richieste di non usare quella parola, quasi come se fosse un marchio registrato, inutilizzabile in riferimento ad altre popolazioni. Infine, arrivano le accuse di parzialità, che appaiono oltremodo ridicole: il suo mandato ufficiale presso l’Onu è di “Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati”. Monitorare, denunciare le violazioni e attribuire responsabilità a Stati terzi rientra pienamente nei suoi compiti.









