Rilke è stato uno degli autori prediletti dei nostri padri, che lo tradussero (e intesero) per lo più in uno stile floreale di derivazione dannunziana. Corifeo di quel culto, il generoso, un po’ incontrollato Vincenzo Errante. Di Lou Andreas-Salomè, figlia di un generale zarista, spavalda e intelligentissima cosmopolita, scrittrice (ottima) in lingua tedesca, gli italiani per molto tempo non hanno saputo nulla di diretto. Ne avevano scritto la Mazzucchetti, Leone Traverso, Giorgio Zampa. Ma traduzioni niente.

Poi, dopo il 1975, un profluvio: scritti autobiografici, saggi psicanalitici, il libro su Nietzsche. Intanto Mondadori aveva ripubblicato nel 1977 una biografia di lei (H.F. Peters, Mia sorella mia sposa) che nel 1962 era passata quasi in penombra presso un altro editore. Così, finalmente, si aveva una certa informazione. Restava, forse determinante, la Lou vistosamente reinventata e trasgressiva del film di Liliana Cavani (Al di là del bene e del male). Ma emergeva un’altra Lou, quella vera, che in fondo non era meno interessante.

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Tonia Mastrobuoni

In attesa di leggere in italiano anche qualcuno dei suoi romanzi e racconti (ne varrebbe la pena, dicono gli esperti), avanzava in primo piano soprattutto la grande ed esperta amatrice che aveva fatto impazzire di desiderio Nietzsche e il futuro marito, l’orientalista Andreas, Hauptmann e Wedekind, ch’era stata la madre-maestra (non solo in erotismo) di Rainer Maria Rilke, che aveva conosciuto assai bene Freud, tanto da diventare una delle sue prime e più valide allieve e praticanti dal 1912 alla morte (1937).