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Ultimo aggiornamento: 10:02
Quando, nell’estate del 1914, scoppia la Prima guerra mondiale, August Stramm (1874-1915) è un uomo di quarant’anni. Gli rimangono esattamente tredici mesi di vita prima di cadere sul fronte russo, l’ultimo del battaglione da lui comandato. È proprio in quell’ultimo anno di vita che egli compone due volumi di poesia – uno dedicato all’amore, l’altro alla guerra – che segnano una rottura definitiva con ciò che all’epoca si considerava poetico: i buoni sentimenti, le belle parole, le sagge conclusioni.
Come se intuisse di non aver molto tempo a disposizione, Stramm percorre la via della modernità con passo accelerato, distruggendo in un brevissimo arco di tempo non solo la sintassi, ma perfino le parole, estraniandole, spezzandole e ricomponendole per dare voce all’orrore della guerra. Il suo sguardo spietato e spaventato si fa poesia scarna e ostile. Poesia minima o addirittura appendice di poesia in un mondo capovolto, nella cui luce i bei versi del passato sembrano uno scherno.
Così come la guerra distrugge la vita, Stramm distrugge la poesia. Non per il gusto di distruggere, ma per renderla vera. Al mondo in frantumi egli risponde con la frantumazione della lingua. L’umanità che muore sui campi di battaglia e nelle trincee non fa rima e siccome è impossibile descrivere la guerra, è la poesia stessa che deve farsi guerra.






