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6 GIUGNO 2025

Ultimo aggiornamento: 10:02

Quando, nell’estate del 1914, scoppia la Prima guerra mondiale, August Stramm (1874-1915) è un uomo di quarant’anni. Gli rimangono esattamente tredici mesi di vita prima di cadere sul fronte russo, l’ultimo del battaglione da lui comandato. È proprio in quell’ultimo anno di vita che egli compone due volumi di poesia – uno dedicato all’amore, l’altro alla guerra – che segnano una rottura definitiva con ciò che all’epoca si considerava poetico: i buoni sentimenti, le belle parole, le sagge conclusioni.

Come se intuisse di non aver molto tempo a disposizione, Stramm percorre la via della modernità con passo accelerato, distruggendo in un brevissimo arco di tempo non solo la sintassi, ma perfino le parole, estraniandole, spezzandole e ricomponendole per dare voce all’orrore della guerra. Il suo sguardo spietato e spaventato si fa poesia scarna e ostile. Poesia minima o addirittura appendice di poesia in un mondo capovolto, nella cui luce i bei versi del passato sembrano uno scherno.