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Ultimo aggiornamento: 8:01
Friedrich Hölderlin (1770-1843) è uno dei massimi poeti di lingua tedesca; la sua vicenda biografica è divisa in due fasi: nella seconda, ritenuto affetto da follia, viene affidato alle cure della famiglia del falegname Zimmer a Tubinga – che abita una torre in riva al fiume Neckar, dove Hölderlin vive fino alla morte – e non sono pochi coloro che vengono a visitarlo e per i quali il poeta, su richiesta, compone versi preferibilmente incentrati sulle stagioni dell’anno e sul paesaggio.
Ho scelto alcune di quelle liriche accogliendo in primo luogo l’idea che Giorgio Agamben avanza nel suo libro La follia di Hölderlin. Cronaca di una vita abitante 1806-1843 (Einaudi) e facendo finalmente piazza pulita dei cascami e degli equivoci psicologizzanti e psichiatrici affastellati intorno alle vicende della cosiddetta follia: quello del poeta è sguardo posato sul destino umano che appunto è “vita abitante”, vale a dire vita che sta nel mondo subendone le affezioni, che non è padrona del mondo e che accetta i propri limiti, le proprie mediocrità e fallimenti. La bellezza si dispiega così in un canto sommesso che, all’apparenza, ripete sé stesso, ma che è canto affine alla vita abitante nel ripetere sé stessa e le proprie abitudini quotidiane.






