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Ultimo aggiornamento: 9:49

Ho trovato un volume di poesie di Heinz Kahlau (1931-2012) in strada. A Berlino. In uno di quei posti, sempre più numerosi, dove la gente porta cose che non servono più. Lode a Sisifo il suo titolo. Non conoscevo l’autore, eppure nella DDR Kahlau era uno dei poeti più letti e apprezzati. Le sue poesie – inimmaginabile oggi – erano lette veramente. Non solo dai pochi addetti ai lavori, ma da chiunque. Perché Kahlau, che da giovane si era formato con Brecht, scriveva per tutti. Volutamente. Poesia, per lui, significava comunicazione, scambio di idee e visioni. Essere in contatto con la realtà circostante e con il lettore e il suo quotidiano vivere.

Nessuna teoria della letteratura, ma l’intuizione che letteratura e vita, in tutta la loro ampiezza e contraddittorietà, sono fatte della stessa urgenza di collocarsi nel mondo e di trovare il senso della propria esistenza. Kahlau non era un dissidente, ma uno che credeva nel potenziale utopico del socialismo. In questo senso, può essere definitivo un autore impegnato che usava la parola come il falegname il legno: per farne qualcosa di utile e bello. Nel 1990, immediatamente dopo la caduta del muro, aveva reso pubblico di essere stato membro della Stasi per un breve periodo. In un sistema ingiusto, si sa, è difficile rimanere giusti. Parla a suo favore il non aver aspettato, come molti altri, di essere scoperto, ma di aver parlato per primo. Nella Germania riunificata, Kahlau non ha giocato più nessun ruolo nel cosiddetto mondo letterario, e negli ultimi anni di vita si è ritirato sull’isola di Usedom, nel mar Baltico.