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Ultimo aggiornamento: 7:40
In genere i corridoi di cantine sotto le case di Berlino sono puliti, e la maggior parte illuminati a sufficienza. Quell’inverno erano anche tiepidi, il gelo non era ancora penetrato fino alla loro profondità. Là sotto c’erano posti – e uno in particolare, dove mi recavo spesso – in cui stavo seduto per ore su una cassa di legno a fumare e ascoltare l’ineffabile massiccio dell’immensa città di Berlino che dormiva sopra la mia testa.
Io, di Wolfgang Hilbig (traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero; Keller Editore), è un denso, cupo e grottesco romanzo che affronta la solitudine, l’alienazione, la memoria, il rapporto tra individuo e Stato, e la disintegrazione dell’identità. Nelle tortuose cantine e nei corridoi sotterranei di Berlino Est. il protagonista della storia, W. – uno scrittore di provincia arruolato dalla Stasi con il nome in codice “Cambert” – riceve l’incarico di pedinare un enigmatico autore. Ciò che inizia come una semplice missione di spionaggio si trasforma rapidamente in un’odissea psicologica, un precipizio nell’abisso dell’esistenza.
Il confine tra osservatore e osservato si dissolve, la realtà si fonde con l’allucinazione, mentre Cambert, nel suo inseguimento ossessivo, scivola in un vuoto esistenziale dove il suo stesso “io” si frantuma in un gioco di specchi. Io è un’esplorazione claustrofobica, vertiginosa e inquietante dell’identità e del controllo. Un’immersione a fondo nelle paranoie e nelle assurdità di uno stato di sorveglianza.






