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1 SETTEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 7:40
In genere i corridoi di cantine sotto le case di Berlino sono puliti, e la maggior parte illuminati a sufficienza. Quell’inverno erano anche tiepidi, il gelo non era ancora penetrato fino alla loro profondità. Là sotto c’erano posti – e uno in particolare, dove mi recavo spesso – in cui stavo seduto per ore su una cassa di legno a fumare e ascoltare l’ineffabile massiccio dell’immensa città di Berlino che dormiva sopra la mia testa.
Io, di Wolfgang Hilbig (traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero; Keller Editore), è un denso, cupo e grottesco romanzo che affronta la solitudine, l’alienazione, la memoria, il rapporto tra individuo e Stato, e la disintegrazione dell’identità. Nelle tortuose cantine e nei corridoi sotterranei di Berlino Est. il protagonista della storia, W. – uno scrittore di provincia arruolato dalla Stasi con il nome in codice “Cambert” – riceve l’incarico di pedinare un enigmatico autore. Ciò che inizia come una semplice missione di spionaggio si trasforma rapidamente in un’odissea psicologica, un precipizio nell’abisso dell’esistenza.






