Umberto Bombana, a Hong Kong, è diventato eroe. Di un mondo, di due mondi, dei mille mondi che anelano la cucina italiana sublimata in una forma di civiltà. Ambasciatore premiato, maestro di abnegazione e, soprattutto, di adattamento e di cultura operaia, cioè di chi opera con le mani, con la testa e con quel nodo al cuore che ti fa lasciare la tua terra e ti permette di abbracciare vite nuove. Stili, stilemi, grammatiche e vocabolari. Perché, nel lento e tortuoso cammino della vita, quando si perde una cosa, di solito, se ne guadagnano molte altre. Ad esempio, una sala (nel cuore di una delle città più cosmopolite del mondo) che ha l’Italia tornita nelle curve di ogni pensiero, di ogni modo di concepire un’idea prima ancora di averla realmente pensata. Tornita perché non ci sono spigoli di autocompiacimento o di arroganza patriottica ma, piuttosto, il convincimento che l’italianità sia solo una parola. E che non è questione di essere i più bravi per decreto o perché lo dice l’Unesco. I più bravi, in ogni caso, lo si diventa sul campo.
Chef, trent’anni di vita in Asia. Che cosa rappresenta oggi l’Italia per chi la guarda da fuori?
«Rappresenta un Paese ancora capace di trasmettere cultura e piacere. L’Italia resta un punto di riferimento per la cucina, ma vista da lontano appare più umana. Qui la gente tende a non idealizzare, ma apprezza. Cerca la concretezza, la qualità, la semplicità fatta bene. Quando un piatto italiano arriva in tavola, deve comunicare chiarezza. La mia Italia vive dentro le mani e dentro la testa, non in un’idea astratta di patria. La cucina italiana all’estero funziona perché è leggibile e perché non ha bisogno di traduzioni».






