Èstato il primo chef italiano a sventolare il tricolore sul gradino più alto dei World’s 50 Best Restaurants, e da allora non ha mai smesso di rappresentarne lo spirito più profondo: non solo eccellenza, ma visione, impegno culturale, responsabilità sociale. Con l’Osteria Francescana, partendo da Modena, ha riscritto il linguaggio dell’alta cucina. E come dice lui, dopo tutto quello che ha conquistato, nel suo futuro, “c’è altro futuro”.I World’s 50 Best Restaurants non sono una semplice classifica: sono un osservatorio, un termometro culturale, una lente sulle tendenze del mondo.

Che valore attribuisce oggi a questa piattaforma?

“È un linguaggio comune che la cucina mondiale usa per raccontarsi. Oggi più che mai, rappresentano un osservatorio culturale, una piattaforma viva che intercetta i movimenti sociali, politici, ambientali e creativi che passano per il piatto. Le attribuisco una funzione importante, perché è riuscita a far dialogare continenti diversi, sensibilità opposte, visioni a volte radicalmente lontane, senza mai dimenticare che la cucina è emozione, memoria e responsabilità. Durante i sette anni in cui Osteria Francescana è stata stabilmente ai primi tre posti, ho percepito chiaramente quanto questo palco fosse importante: non per il prestigio in sé, ma per la possibilità di condividere idee, dare voce a storie dimenticate, far emergere talenti silenziosi. Oggi più che mai, i 50 Best che io ribattezzerei i ‘50 most influential’ sono un motore di cambiamento culturale. Non parlano solo di ristoranti, ma di visioni del mondo. Ed è proprio in questa trasformazione che risiede il loro valore più profondo”.