Apolide, una laurea in filosofia e un passato in finanza. Nel suo Ikoyi a Londra, Jeremy Chan trasforma domande esistenziali in portate senza radici né frontiere
di Luca Iaccarino
La sua cucina non somiglia a nessun’altra, perché dentro c’è tutto: Nietzsche e l’Africa, la deliciousness e Don Chisciotte. Jeremy Chan, nato a Hong Kong da padre cinese e madre canadese, è lo chef di Ikoyi, due stelle Michelin a Londra – condotto con il socio Iré Hassan-Odukale. Tormentato come Werther e apolide come Freud (parla sette lingue) è l’incarnazione della cool Britannia in salsa gastronomica.
Ha una laurea in filosofia a Princeton e un passato da analista finanziario. Tra tante possibilità perché proprio la cucina?
“È una forma di allenamento: il cervello è un muscolo, va esercitato. La filosofia porta ad analizzare le cose in modo dettagliato: questo mi dà un vantaggio. Quando preparo un piatto non penso a una tradizione, alla mia infanzia, a ricette codificate. Non guardo alla cucina come un cuoco. Mi chiedo: cosa sto facendo? Qual è il significato? Porsi queste domande apre nuove porte”.








