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L’abbazia di Chiaravalle, il 1135 e un’eredità che nessun menù può confondere: perché una pizzeria bergamasca è stata multata

Il recente caso della pizzeria bergamasca multata per aver inserito nel menù la dicitura “grana vegano” ha riacceso un tema che va ben oltre la cronaca locale: quello della tutela della nostra identità gastronomica.

Non si tratta di una guerra ideologica contro il mondo vegano, che ha tutto il diritto di proporre alternative e innovazioni. Il punto è un altro: il rispetto dovuto a uno dei prodotti più antichi, simbolici e preziosi della cultura alimentare italiana, il Grana Padano, che proprio quest’anno compie 890 anni. Le sue origini risalgono al 1135, nell’Abbazia di Chiaravalle, vicino a Milano, quando i monaci cistercensi elaborarono un metodo geniale per conservare il latte in eccesso sotto forma di un formaggio duro, asciutto, dalla pasta “granulosa”. Lo chiamavano “caseus vetus”, formaggio invecchiato. Il popolo, affascinato da quella consistenza caratteristica, iniziò a chiamarlo semplicemente “grana”. Da allora, per nove secoli, quel nome non ha mai voluto dire altro: un formaggio ottenuto con tecniche precise, con una lunga stagionatura, con un disciplinare severo e con una tradizione radicata nei territori della Pianura Padana.