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Due volte nominato migliore chef del mondo, ha cambiato la gastronomia tricolore riscoprendo l'orgoglio delle radici
C'è una scena gastronomica italiana prima di Massimo Bottura e dopo Massimo Bottura, c'è poco da dire. L'oste di Modena ha il vizio di farsi volere bene da tutti (e proprio per questo qualcuno ha l'ubbia di detestarlo) ma per il resto è indubbiamente lo chef italiano più influente dopo Gualtiero Marchesi. Non tanto per i suoi piatti, comunque tanti e buoni (ne parleremo) ma per la narrazione di cui si è fatto cantore, che ha trasportato la gastronomia tricolore nel terzo millennio senza rinunciare (miracolo!) ai continui riferimenti alle nostre tradizioni. Bottura è il trombettiere dell'Italia a tavola, quando nel 2016 per la prima volta venne nominato dalla 50 Best - la più autorevole classifica mondiale della gastronomia - primo e tuttora unico italiano a riuscirci, si avvolse nel tricolore con sguardo quasi lussurioso e trans-ideologico. Ci mancava solo una Sophia Loren a esclamare "Massimo!" invece che "Roberto!". E a pensarci che cos'è Bottura se non un Benigni che sa cucinare? O forse, al contrario, che cos'è Benigni se non un Bottura che non fa ridere?






