La fragilità di chi affronta una malattia può trasformarsi, nelle mani sbagliate, in uno strumento di punizione e controllo. La durissima storia di Rita e la risposta di Isabella Schiavone: “Il lavoro diventa tossico quando l’abuso smette di fare rumore e diventa linguaggio, abitudine, cultura.”

di Sarah Barberis

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Nel 2024, secondo il report Non staremo al nostro posto di WeWorld, oltre un terzo dei lavoratori italiani (37%) ha dichiarato di aver subito abusi di potere sul luogo di lavoro: pressioni indebite, isolamento, ritorsioni, demansionamenti. Sono pratiche che non solo ledono la dignità professionale, ma configurano una violazione del diritto umano a un lavoro sicuro e dignitoso, sancito dalle convenzioni internazionali e dalla nostra Costituzione. Dentro questa cultura della prevaricazione, a pagare il prezzo più alto sono spesso le donne, perché le fasce dirigenziali restano in larga misura occupate da uomini e gli squilibri di potere si amplificano.

È in questo scenario, tutt’altro che marginale, che si colloca la durissima storia di Rita: una vicenda che mostra con chiarezza come la fragilità di chi affronta una malattia possa trasformarsi, nelle mani sbagliate, in uno strumento di punizione e controllo. Un caso emblematico di abuso di potere in un contesto in cui il “valore umano” rischia di rimanere uno slogan più che una pratica quotidiana. Risponde alla lettrice Isabella Schiavone, giornalista e autrice di Lavoro tossico per la casa editrice Nutrimenti, una recente pubblicazione che analizza le radici culturali e strutturali di un contesto lavorativo che sta diventando sempre più nocivo per tanti e tante.