Ha scritto alla redazione dopo aver letto una delle storie pubblicate nella nostra rubrica, grazie alla quale ha scoperto l’esistenza di una figura rivelatesi essenziale, nel suo percorso
di Sarah Barberis
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La fragilità di un individuo in un contesto lavorativo non è un’emergenza da trattare né un’anomalia da espellere: è un evento perfettamente naturale e fisiologico. In un tessuto sociale sano e vivo, questa persona dovrebbe trovare un interlocutore o un sistema di tutela presente e attivo, capace di prendersi cura di una fase problematica. In Italia, però, questo sistema è carente perfino nelle strutture professionali pubbliche dedicate alla cura. Nel Servizio Sanitario Nazionale, per esempio, la sofferenza professionale non è più un’eccezione silenziosa, ma un fenomeno diffuso e strutturale. Secondo un’indagine della Fnopi, oltre il 60% delle infermiere e degli infermieri del settore pubblico presenta sintomi riconducibili al burn out, e più di uno su tre collega il proprio malessere non tanto al lavoro clinico quanto all’organizzazione, agli stili di leadership e alla mancanza di spazi di ascolto. In questo scenario, segnato da carenza di risorse, carichi crescenti e modelli gestionali sempre più verticali, il disagio rischia di essere normalizzato o ricondotto a una presunta debolezza personale. È proprio in questo vuoto che figure come la Consigliera di Fiducia e di Parità diventano decisive: presidi istituzionali ancora poco conosciuti, ma capaci di intervenire quando i canali interni si chiudono e il lavoro smette di essere un luogo di cura, trasformandosi in un luogo che ammala, soprattutto per le donne. Questa settimana ci ha scritto Annarita, infermiera, per ringraziarci di aver acceso una luce sulla figura della Consigliera di fiducia e abbiamo chiesto ad Annalisa Valsasina, Consigliera di fiducia e psicologa, di rispondere alla sua lettera. Se desiderate raccontare la vostra storia potete scrivere a donnelavoro@repubblica.it e la redazione la valuterà.






