“Dopo le nove di sera, qualcuno apre la porta, con una frusta in mano, sceglie una delle ragazze e la porta in un’altra stanza. Sentivo la bambina piangere e urlare. La stavano violentando”. Voci dal Darfur (Sudan), la tragedia umanitaria più grande che è ancora in atto. La capitale El Fasher è caduta dopo 18 mesi di assedio da parte dei paramilitari delle Forze di supporto rapido (RSF) guidati dal generale Mohamed Hamdan “Hemeti” Dagalo, in lotta con le Forze armate sudanesi (SAF). Proprio alle RSF sono attribuite la maggior parte degli abusi sessuali in questo conflitto che vede in modo sistematico l’attuazione di violenze su base etnica, massacri, esecuzioni a freddo.
Il 27 ottobre Humanitarian Research Lab della Yale School of Public Health (Yale HRL) ha pubblicato un rapporto che indica come i paramilitari di Dagalo sia impegnati in uccisioni di massa a El-Fasher, secondo l’analisi delle immagini satellitari: “Veicoli schierati in formazioni tattiche coerenti con le operazioni di sgombero casa per casa nel quartiere di Daraja Oula (…). L’analisi delle immagini mostra oggetti coerenti con le dimensioni di corpi umani sul terreno vicino ai veicoli delle RSF”.
L’amministrazione Biden, con il segretario di Stato americano Blinken, giunse alla conclusione che in Sudan si sono commessi – e si perpetuano – crimini di guerra e genocidio. Ma per il Darfur non ci sono bandiere alle finestre, cortei nelle strade o licei occupati. Non ci sono intellettuali sul piede di guerra e relazioni indignate all’Onu, non si vedono video o foto di persone sotto le macerie e palazzi smembrati. Una parte dell’Occidente è così, talvolta “sbadata”: ma non glielo si può far notare, perchè quella parte dell’Occidente è anche permalosa, e decide lei quale è la causa giusta da sposare.













