La caduta di Al Fashir è una ecatombe, la Gaza che nessuno vuol vedere. Dopo 18 mesi di assedio, il 26 ottobre la Sesta divisione di fanteria dell’esercito del Sudan si è ritirata e i ribelli delle Forze di Supporto Rapido (FSR) controllano la capitale del Darfur Settentrionale. Stupri, violenze, esecuzioni sommarie, persino gente bruciata viva. Si stimano 2500 morti. Fra essi, martedì, il personale e i pazienti del Saudi Maternity Hospital: almeno 460 persone, riferisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità (che ha accertato 285 attacchi portati a strutture sanitarie dall’inizio del conflitto, con almeno 1204 morti e più di 400 feriti).

Secondo la Sudan Doctors’ Union, 177mila persone restano intrappolate senza cibo, acqua, assistenza medica. Gli sfollati degli ultimi giorni sono 28mila: 2000 nella città di Tawila (70 km a ovest), i restanti nelle campagne. Altre migliaia, riporta Charmaine Hedding, presidente dello Shai Fund che fornisce assistenza da Murfreesboro, in Tennessee, stanno attraversando il deserto verso le zone più umide del vulcano Jebel Marra («la montagna amara»), un simbolo della patria per la gente del Darfur.

Ma la catastrofe del Sudan non buca gli schermi, non scatena manifestazioni, non commuove i sindacati. C’è infatti di mezzo lo jihadismo dei Fratelli Musulmani, e quindi profilo basso.