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Ultimo aggiornamento: 8:01
Una donna che abbraccia i suoi tre figli è inginocchiata a terra. Davanti a lei un miliziano delle RSF che la filma mentre le tira dei calci. Poi, come se nulla fosse, esplode dei colpi di mitraglia e mette fine alla vita dei bambini e della madre. È tutto registrato. A El Fashir, capitale del Darfour settentrionale, rimasta sotto assedio da 18 mesi da parte delle Forze di Supporto Rapido (RSF), ostili al governo, le atrocità sono state documentate e caricate sul web dagli stessi miliziani che le hanno compiute. Mentre dallo spazio, foto satellitari rilevano chiaramente enormi pozze di sangue sparse per la città finita nelle mani di questi ribelli. Sono centinaia gli abitanti uccisi sommariamente dal RSF, milizie fedeli al generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, uno dei due principali protagonisti di una guerra civile scoppiata nel 2023. Una guerra combattuta contro un ex alleato: il generale Abdel Fattah al-Burhan, di fatto presidente del Sudan.
Le RSF – Rapid Support Forces, Forze di Supporto Rapido – nascono ufficialmente nel 2013 dalle ceneri delle famigerate milizie Janjawid, i “diavoli a cavallo” che nel 2003 si macchiarono di crimini di guerra in Darfur sotto il regime di Omar al-Bashir. Composte principalmente da uomini provenienti dalle tribù arabe nomadi del Sudan occidentale, le RSF furono usate da Bashir per schiacciare la rivolta delle popolazioni non arabe del Darfur. Dopo l’arresto di al Bashir, dittatore del Sudan dal 1989, le milizie passano sotto il comando di Hemedti. È lui che negli anni ha trasformato quella forza paramilitare in un esercito privato, finanziato attraverso il controllo di miniere d’oro e traffici transfrontalieri. Le RSF hanno persino inviato mercenari nei conflitti di Yemen e Libia, consolidando la propria potenza militare ed economica. Dall’altra parte, c’è l’esercito regolare guidato da Abdel Fattah al Burhan che nel marzo del 2025 è riuscito a riprendere il controllo di Khartoum dopo intensi scontri con gli uomini del RSF.













