“Cosa trasporti tu?”. “Farina”. Tu?. “Pasta”. E tu? “Sigarette”. “Chi rifornisce la città di El Fasher, noi lo riempiamo di pallottole”, dice un miliziano scaricando un fucile automatico su tre civili disarmati in una fossa: “Quello non è morto. Aspetta… sparagli per bene”. Non c’è un limite agli orrori che in questi giorni colorano di sangue la savana sudanese, nel Darfur del Nord. Le pozze di sangue sulla terra e i cumuli di cadaveri sono visibili persino dall’alto, dal satellite: è così che un rapporto dello Humanitarian Research Lab di Yale ha trovato riscontri alle immagini terribili e alle testimonianze che hanno invaso i social su ciò che affiora dell’ultimo massacro di massa nelle strade sgangherate della capitale El Fasher del Darfur del Nord, conquistata nei giorni scorsi dalle milizie delle Rsf. Le Forze di supporto rapido hanno preso la città dopo 550 giorni di assedio e massacri.

Nel Saudi Maternity Hospital ci sono “almeno 460 cadaveri”, dice il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, riportando dati raccolti ma non verificabili direttamente. Gli analisti di Yale mostrano le immagini satellitari con quelle che sembrano pile di cadaveri e che aumentano per tutto il fine settimana. Ma sono i miliziani stessi a diffondere le loro immagini mentre in tutta la regione sparano a freddo a civili inermi, urlando di gioia e mostrando le dita in segno di vittoria. Sono immagini inguardabili come tutte quelle che stanno emergendo mentre si levano le denunce di uccisioni di donne e bambini, di stupri e violenze di ogni genere. Mini Minawi, governatore del Darfur, ha condiviso un video che sarebbe stato girato all’interno del Saudi Maternity Hospital: si vede un miliziano con il fucile scendere le scale tra corpi trivellati. In mezzo ai cadaveri c’è un civile seduto, ancora vivo: lo uccide sparandogli a bruciapelo.