C’è Andrea che corre l’ultramaratona, pur non avendo più le cartilagini nelle ginocchia, ma lo fa per stare da solo con il ricordo di sua figlia Greta, scomparsa per un tumore. E quella fatica sovrumana, ore e ore a spingere in salita con qualsiasi tempo, lo fa stare bene. E c’è la signora Marisa, che ha 89 anni, ma ancora ogni giorno serve la farinata dietro al banco del suo ristorante a Genova, e fa anche mille altre cose, come occuparsi della tomba del marito e pulire gratis i gabinetti del cimitero. Lo fa non perché ami la fatica, ma per senso del dovere. Quel senso che un po’ tutti stiamo smarrendo e invece a Marisa è rimasto tatuato dentro, perché «la verità è che i miei genitori mi hanno insegnato solo a lavorare. Te lo infilavano tanto dentro, questo senso del lavoro, che poi non usciva più». Ma allora che cos’è questo Alzarsi all’alba di Mario Calabresi? Un inno al sacrificio, un rimpianto dei bei tempi andati? Certo, c’è anche una vena di nostalgia in tutte queste storie che ci offrono un punto di vista diverso, fuori da quel «tempo della comodità» in cui siamo immersi e in cui ogni cosa «è studiata per sembrarci facile». È forse la nostalgia di noi cresciuti – l’ultima generazione – senza il telefonino, con il subbuteo e i pomeriggi ad annoiarci, a fantasticare, guardando il soffitto della cameretta. Noi, che vorremmo che le cose non cambiassero mai: «Penso a tutte le cose che sono successe nel frattempo e mi fa felice – scrive Calabresi a proposito di Marisa – sapere che lei sia ancora qui, come un monumento, come un frammento del passato che si ostina ad abitare il presente».