Fra persone normali e/o civili ci si scambia di solito l’invito a stare comodi. Ma Giuseppe Conte, l’ex presidente del Consiglio aspirante a tornare ad esserlo, per ora impegnato solo a farsi confermare elettronicamente, con i vecchi riti grillini, presidente del Movimento 5 Stelle, è particolare anche in questo. Egli si è difeso dall’accusa della vice presidente dimissionaria del partito ed ex sindaca di Torino Chiara Appendino di essere troppo accomodante nei rapporti col Pd, negando di esservisi mai alleato davvero, almeno a livello nazionale. E poi promettendo, assicurando e quant’altro che sarà comunque un interlocutore «scomodo» per chiunque volesse interloquire con lui. Dalla stessa Appendino, nel ruolo che le dovesse toccare nel gruppo dirigente del movimento pentastellato, alla segretaria del Pd Elly Schein e a quant’altri dovessero avere l’occasione di un rapporto politico con cotanta personalità.
Siamo al paradosso anche fisico, o psicanalitico, di una comodità consistente nella scomodità da infliggere agli altri. Così forse si potrebbe capire e spiegare anche la storia dei rapporti avuti da Conte con Beppe Grillo e, prima ancora di lui, con Matteo Salvini, suo vice presidente del Consiglio nel primo dei suoi due governi, col collega ed amico di partito Luigi Di Maio nel suo secondo governo e con Mario Draghi quando gli dovette cedere Palazzo Chigi, nella scorsa legislatura. È stata tutta una storia di scomodità volontariamente vissute, anzi cercate, dentro ma anche fuori dai confini nazionali, perché in politica estera Conte ha ondeggiato fra Stati Uniti, Cina, Russia, da solo o in compagnia di Grillo prima che i loro rapporti si rompessero.






