Il processo Regeni è sospeso. E i tempi della giustizia, per arrivare alla sentenza sull’omicidio del ricercatore ventottenne torturato e gettato cadavere sull’autostrada che da Alessandria porta al Cairo, si allungano ancora. La questione, che ora finirà davanti alla Corte Costituzionale, è puramente tecnica. I quattro 007 egiziani, il generale Tariq Sabir e gli ufficiali Athar Kamal, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdel Sharif, sul banco degli imputati non si sono mai seduti. L’Egitto, sostengono, non li ha mai consegnati. Per la giustizia però risultano “assenti” volontariamente, non “irreperibili”. E la distinzione, dal punto di vista procedurale, non è di poco conto.
Il processo sarebbe stato alle fasi finali: ultime udienze prima che i giudici della Corte d’Assise del tribunale di Roma si pronuncino. Ma, per tradurre e analizzare le testimonianze, pare decisive, del sindacalista degli ambulanti Mohammed Mohammed Abdullah Saeed, rese in lingua araba l’11 aprile 2016 ed il 10 maggio 2016 davanti all’autorità egiziana, è necessario nominare un consulente tecnico per la perizia. Le prime traduzioni infatti, si legge negli atti, hanno «contraddizioni interne ed incertezze».
Chi paga il consulente? Se l’imputato è “irreperibile”, a farsi carico delle spese è lo Stato, secondo la «disciplina sul gratuito patrocinio». Se invece l’imputato, accusato di tortura, è “assente”, la faccenda si complica. Va da sé che in questa storia, com’è stato sollevato numerose volte durante il processo, tra legali e accusati c’è una «totale assenza di contatti». Nessuna comunicazione di nessuna natura. Per cui, i quattro 007 egiziani non sono stati informati della possibilità di venire ammessi al patrocinio. Per loro volontà, verrebbe da sottolineare. Ma alla procedura poco importa.












