«Ho saputo del sequestro e della morte di Giulio Regeni a febbraio 2016, quando la notizia è stata pubblicata sui giornali». L’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, davanti alla Corre d’Assise di Roma ricostruisce il rincorrersi di notizie sull’omicidio del ricercatore ammazzato in Egitto. Imputati quattro 007 egiziani, accusati a vario titolo di aver rapito, torturato e ucciso il ricercatore friulano e poi aver gettato il corpo sull’autostrada che da Alessandria porta al Cairo. «Il perché di questo omicidio atroce resta un grande mistero, non riesco a immaginare le ragioni», aggiunge Descalzi.

«Fino al 2019, come Eni avevamo 6-7mila missioni per il mondo. Siamo una società quotata, abbiamo una partecipazione del governo, abbiamo competenze ingegneristiche ma non siamo diplomatici. Questo è il mestiere della Farnesina, che infatti non ci ha mai chiesto di intervenire su Regeni», spiega l’amministratore delegato rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile Alessandra Ballerini. Descalzi, comunque, cerca chiarezza: «Non mi è mai stato chiesto dalle istituzioni, ma mi sembrava doveroso parlare con il ministro e il presidente egiziani. Ed ero stato rassicurato che sarebbe stata fatta chiarezza. Ma così non è stato». Descalzi prosegue: «Ho giocato questo ruolo spontaneamente, una mia iniziativa ripetuta due o tre volte. Mi ero sentito forte per quello che avevamo fatto in Egitto, con loro vantavamo un credito importante». Una sottolineatura, davanti al pubblico ministero Sergio Colaiocco. «Non ho mai chiesto direttamente ai nostri di Eni in Egitto di fare indagini anche per non mettere a rischio le persone». L’amministratore delegato non ha mai avuto «informazioni privilegiate, che avrei sicuramente condiviso con le autorità». Ha confidato in quelle «rassicurazioni» rimaste disattese. «Oggi - aggiunge - sarei ingenuo a dire di avere la stessa fiducia di tanti anni fa nei confronti di una possibile verità sulla morte di Giulio».