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Ultimo aggiornamento: 16:33
Dieci anni. Interminabili. Un decennio è ormai passato dal sequestro e dall’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso in Egitto il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita, con visibili segni di tortura, il 3 febbraio seguente, lungo la strada tra il Cairo e Alessandria. Su Giulio, dirà la madre Paola Deffendi, si è abbattuto “tutto il male del mondo“. Così come si è scagliato contro una famiglia, i genitori Paola e Claudio e la sorella Irene, che da troppo tempo chiede verità e giustizia, di fronte alla mancata collaborazione giudiziaria da parte dell’Egitto, all’ostruzionismo e ai depistaggi del regime di Al Sisi e alla parallela incapacità del nostro Paese – nella sua componente politica – di mantenere negli anni una posizione di fermezza.
Perché da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, passando per Giuseppe Conte, Mario Draghi e oggi Giorgia Meloni, cinque premier e sei governi si sono succeduti a Palazzo Chigi, dall’omicidio di Giulio: alla richiesta di collaborazione verso il Cairo, mai avvenuta, si è progressivamente sostituita una normalizzazione dei rapporti commerciali e politici, nel nome degli affari, della politica estera, della realpolitik. Una rinnovata intesa culminata prima nel viaggio della stessa Meloni nel novembre 2022 alla Cop27 di Sharm el-Sheikh (prima presidente del Consiglio italiana a fare ritorno in Egitto dopo il caso Regeni, ndr) e al suo bilaterale con Al Sisi. Poi, il 17 marzo 2024, con gli accordi siglati al Cairo, con accanto pure la presidente della commissione Ue Ursula Von der Leyen: da un lato 7,4 miliardi di aiuti che l’Europa garantirà al paese nordafricano di qui al 2027, compresi 200 milioni a fondo perduto per la gestione dei migranti, dall’altro una decina di memorandum tra Italia ed Egitto nel solco del Piano Mattei, rivendicato dall’esecutivo con i Paesi africani. Tutto mentre proseguivano parole, promesse. Parole vuote, propaganda.







