A Palazzo Chigi, poche ore prima di chiudere il testo della legge di Bilancio, ha iniziato a serpeggiare sottotraccia il timore che la guerra al tax credit aperta da Alessandro Giuli potesse sfuggire di mano, trasformandosi in qualcosa di più grande di una semplice operazione di spending review. Il rischio, dicono fonti di rilievo, è che la retorica delle “truffe sul credito d’imposta” e della lotta contro “l’amichettismo di sinistra” non basti a fronteggiare la protesta di un intero settore, dai grandi gruppi della produzione alle maestranze dell’indotto, fino ai volti noti del cinema. Per Giorgia Meloni, l’immagine di artisti e produttori idealmente in fila davanti a Palazzo Chigi, o peggio, dei lavoratori in piazza, era uno scenario da evitare a ogni costo.

All’ultimo minuto, con le paure che si aggrovigliano ai pensieri, il governo decide di ritoccare il taglio. Giuli e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non possono far molto, ma recuperano circa 40 milioni l’anno. Così la sforbiciata diventa da 150 milioni di euro nel 2026, invece di 190, mentre nel 2027 si segna un -200 milioni, invece di un -240. Somme comunque importanti, se rapportate a un fondo per il tax credit che ad oggi vale 696 milioni. «È un primo passo, ma ce ne sono ancora tanti da fare per riportarlo ai livelli necessari», dice la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, titolare della delega al Cinema. E tira una stoccata che sembra diretta ai colleghi di governo: «Finalmente anche chi non lavora nel settore si è accorto che ha bisogno di finanziamenti adeguati per coprire tutte le sue esigenze».