Nei giorni in cui prende forma la legge di bilancio il dibattito politico si getta sui numeri. Ma nel caos delle polemiche, i milioni generati dall’aliquota sugli affitti brevi finiscono per pesare più dei miliardi chiesti ai dividendi delle aziende, la metro C di Roma fa litigare pubblicamente la maggioranza più dei maxi tagli chiesti a tutti i ministeri; e i connotati della manovra si perdono.
Recuperarli, però, non è impossibile. Basta mettere gli occhi sulle tabelle, ricche di informazioni quanto povere di lettori, e cercare in particolare lo «stato di previsione dell’entrata» (Tomo III, pagine 9 e seguenti dell’atto Senato 1689, per chi ne fosse incuriosito). Lì ci sono le cifre più importanti.
Perché di tutte le voci principali, dall’Irpef all’imposta sulle società, dall’Iva alle accise, sono indicate le somme previste per i prossimi tre anni, e soprattutto è precisato in che misura vengono influenzate dalla legge di bilancio. Le entrate sono sempre il terreno cruciale per le scelte della politica: e quest’anno, nei margini strettissimi della finanza pubblica, lo sono ancora di più.
La tabella allora si rivela efficace nel riassumere il dare-avere della legge di bilancio. Che fra 2026 e 2028 alleggerisce di 10 miliardi le imposte sui redditi, ma fa salire di 6 miliardi l’Ires delle aziende, spinge l’Iva per 1,6 miliardi e fa pagare pegno ai consumi di carburante con 1,7 miliardi di accise in più. Il dazio chiesto a fumatori e svapatori è misurato invece dalle «entrate da vendita di generi di monopolio», e vale 1,5 miliardi nel triennio coperto dalla legge di bilancio.







