Una dissolvenza in nero sul cinema e sull’intero comparto audiovisivo italiano, che rischia di non lasciare spazio a nuove immagini. È lo scenario drammatico prospettato dalle associazioni industriali del settore se non cambieranno le norme inserite nella legge di bilancio.
Il taglio ai fondi per il cinema e le nuove regole per accedere al Tax credit– il credito d’imposta – hanno messo in allarme i produttori e tutte le maestranze. Alessandro Usai, presidente di Anica, la sigla di Confindustria che rappresenta diverse categorie della filiera, lancia l’allarme: «Se la politica non emenderà la manovra avremo una crisi di produzione e un impatto occupazionale senza precedenti nel nostro mondo. Rischiamo fallimenti a catena e la scomparsa di una parte importante del settore». Il taglio del fondo cinema di 150 milioni, e gli effetti della revisione del Tax credit – che secondo gli operatori può comportare una perdita di altri 320 milioni di euro di investimenti – «mette a repentaglio l’esistenza di tutte le produzioni del 2026, che siano grosse, medie o piccole». Usai si concentra sulla riduzione del credito d’imposta, «uno strumento oggetto di una campagna denigratoria ma che invece ha grandi meriti, tanto che molti Paesi lo hanno adottato ispirandosi proprio all’Italia». Il Tax credit, infatti, introdotto dieci anni fa dall’allora ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, consente di recuperare fino al 40% dell’investimento in sconti fiscali. «Non usufruiamo del 110% – continua Usai – l’aliquota media del beneficio si attesta in media al 30-32%, e in questi anni ha permesso una crescita significativa del settore». Con la manovra il plafond del credito d’imposta non è stato definito, lamentano i produttori, e questa incertezza potrebbe indurre i committenti a chiudere i set dal primo gennaio, proprio perché verrebbe a mancare un terzo del budget. «I nostri lavoratori sono per il 98% macchinisti, costumisti, tecnici vari che dalla sera alla mattina potrebbero trovarsi in disoccupazione perché sono tutti assunti a progetto», insiste il presidente dell’Anica. La ricaduta occupazionale potrebbe essere pesantissima: tra i 50 mila e i 75 mila addetti sono i posti di lavoro in pericolo. «Ci sono 2.400 aziende in Italia che si occupano di audiovisivo, la maggior parte nel Lazio, in Campania, Lombardia ed Emilia Romagna», evidenzia Gianluca Curti, presidente della Cna cinema e audiovisivo, che aggiunge: «Queste regioni avrebbero le ripercussioni più pesanti e i colpiti sarebbero i giovani under 40, in particolare le donne. Noi chiediamo alla politica di mettersi attorno a un tavolo con noi per modificare le tempistiche del nuovo credito di imposta ed evitare il collasso». La necessità di concordare i tempi del nuovo Tax credit è evidenziata anche da Chiara Sbarigia, presidente di Apa, l’associazione dei produttori audiovisivi. «I progetti hanno bisogno di una programmazione che dura 8-10 mesi, cambiare le regole senza preavviso è insostenibile». Sbarigia snocciola i numeri del settore delle serie che vale quasi 800 milioni di euro: 130 milioni provengono da investimenti privati, coproduzioni e distributori; 400 milioni sono gli investimenti delle grandi committenti e 250 milioni arrivano dal Tax credit. «Senza questa quota, l’equilibrio economico salterebbe», sottolinea.










