«Provi, provi pure. Non ce la farà, glielo garantisco». Ezio Zernar all’appuntamento si presenta con un lamierino e una forbice, mi mette in mano entrambi e mi sfida a ritagliarne 0,2 millimetri. Risultato: niente da fare, ma va detto che chi scrive non ha né la manualità di un meccanico né la precisione di un chirurgo. Quel che conta sottolineare, però, è che per l’ex capo del laboratorio indagini criminalistiche (Lic) il caso Unabomber, che ha messo la pietra tombale sulla sua carriera, è ancora una ferita aperta. Condannato in via definitiva a due anni per falso ideologico e frode processuale Zernar, ormai in pensione, ha deciso di parlare. Prima la testimonianza al documentario “Fantasma: il caso Unabomber”, trasmesso su Sky e realizzata da Ballandi per Hearst Networks Italia, ora una intervista al Gazzettino.
Perché adesso?
«Mi fu detto esplicitamente all’epoca, a seguito di una dichiarazione fatta a un giornalista, che dovevo tacere: l’ordine arrivava direttamente dal capo della polizia».
Cosa aveva detto per farlo indispettire così tanto?
«Dissi che c’erano gelosie e invidie e che c’era un interesse a chiudere il mio laboratorio».










