Le fazioni palestinesi in guerra tra loro, le tradizionali famiglie gazawi e i clan beduini si gettano sulle spoglie della Striscia per conservare oppure riconquistare potere, tutte rivendicando la sovranità di Gaza e tutte legate a attori esterni. Hamas guarda all’Iran, alcuni clan a Israele, altri all’Egitto, qualcuno a Londra e Washington, mentre tutti si rivolgono ai Paesi del Golfo per la linfa dei petrodollari, soprattutto al Qatar.

A Gaza la guerra non è finita, ha solo cambiato forma. Tra le rovine di Shuja’iyya o nei vicoli di Rafah il potere c’è ancora, ma si è sottratto alla vista. La Striscia è entrata nella fase più opaca: nessun governo, ma il progetto di un gabinetto di 15 tecnocrati legati a un Consiglio di Pace eterodiretto da Stati Uniti, Egitto, Turchia e Qatar. Nessuna sovranità, perché la prospettiva di due popoli e due Stati è stata spazzata via dal 7 ottobre. Nessuna istituzione legittima, solo organismi transitori che si reggono sulla forza.

Ma non c’è un vuoto, semmai una mappa che si riscrive sul campo, metro dopo metro, checkpoint dopo checkpoint. Il potere vero oggi è locale, diviso tra ciò che resta delle fazioni palestinesi – Hamas e Jihad islamica, il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, Fatah e l’Anp che aspetta il suo rientro – e la galassia dei clan beduini, cresciuti nell’ombra mentre le città venivano bombardate. Hamas è decapitata militarmente e logorata politicamente, ma controlla ancora parte dell’apparato di sicurezza. Israele presidia poco più di metà della Striscia, sigillandola sui confini. «Hamas controlla ancora molto», spiega l’analista di Limes Matteo Giusti. «Tutta la sicurezza della Striscia è passata per anni dalle sue mani: non è solo un’organizzazione terroristica: amministra polizia, scuole, funzionari, vigili urbani. Anche oggi presidia le strade interne e reagisce a ogni tentativo di strapparle il territorio».