«Questa volta le persone non stavano fuggendo dagli attacchi israeliani, stavano scappando dalla loro gente», ha detto alla Bbc un residente del quartiere di Tel al-Hawa, nella parte meridionale di Gaza City. Lì, domenica, sono arrivati oltre trecento uomini di Hamas per assaltare l’isolato dove si erano trincerati gli uomini armati del clan Doghmush. Sono morti in 52. Hamas ha accusato il clan di aver ucciso 12 dei suoi combattenti in precedenti scontri, Doghmush ha accusato i miliziani di aver sfruttato il cessate il fuoco per prenderli di mira per presunta cooperazione con Israele.

Come gli Husayni e i Barghouti, i Doghmush sono una delle famiglie più importanti della Palestina e non sono nuovi alle lotte intestine. Di origine turca, arrivati a Gaza dall’inizio del XX secolo, il clan ha alternato periodi di allineamento con Hamas ad altri di dichiarata opposizione. Da marzo dell’anno scorso è guerra aperta: Hamas ha giustiziato il loro leader, Saleh Doghmush, accusato di collusione con Israele. Secondo le fonti, era stato contattato dalle Forze di difesa israeliane perché supervisionasse la distribuzione degli aiuti nella Striscia.

Niente di nuovo, per un territorio da sempre irrorato da clientelismo e corruzione, faide, tradimenti e influenze e, ovviamente, dalle armi. Durante le intifada, i clan di Gaza imbracciarono gli Ak-47 e contribuirono all’eliminazione dell’Autorità nazionale palestinese. Hamas regnante, però, famiglie, gang, gruppi paramilitari, non sono mai riusciti a mettersi d’accordo. Fin dall’inizio della guerra scoppiata dopo il 7 ottobre, le manifestazioni di dissenso nei confronti di Hamas si sono registrate sia tra gli sfollati, costretti a fuggire dalle bombe mentre i miliziani riparavano nei tunnel, sia per la gestione del mercato nero degli aiuti umanitari, che, invece di essere distribuiti alla popolazione, scendevano nei cunicoli sotterranei assieme ai terroristi. Lo scorso marzo, per citare l’esempio più recente, era circolato un appello per una intifada sha’biyya, un’intifada popolare, contro Hamas. La carta era intestata: “Stato di Palestina – Famiglie e clan dei governatorati meridionali della Striscia di Gaza”. Il testo diceva che Hamas avrebbe dovuto lasciare immediatamente la presa su Gaza, che l’assedio subìto era stato causato da «decisioni che non ci rappresentano», che «Gaza sarà liberata dalla volontà del suo popolo».