Convergerà oggi in Egitto la delegazione di Hamas per negoziare con gli americani e, attraverso Doha e Il Cairo, con Israele. Ma ci arriva divisa, indebolita, forse incapace di dare una risposta unitaria. La formula scelta venerdì sera è un «sì, ma…», che rivela i tormenti interni. C’è la diaspora che spinge per la tregua, e ci sono comandanti sul campo che vogliono resistere, seppure con milizie frantumate che non rispondono più a un comando centrale.

E così, dentro Hamas covano paure e diffidenze che rendono incerto ogni negoziato. Dietro la facciata dell’apertura, resa ormai inevitabile dalla potenza di fuoco israeliana e dalla pressione dei “fratelli arabi”, si nasconde un equilibrio precario tra anime diverse, un modo per prendere tempo mentre divampa lo scontro interno.

Le due anime hanno difficoltà a parlarsi. Da una parte i leader espatriati in Qatar, guidati da Khalil al-Hayya, vedono nella proposta di Trump il modo per fermare una guerra devastante, preservare una legittimità internazionale e salvare in parte il capitale politico accumulato. Dall’altra, i capi combattenti della Striscia, in testa Ezzedin al-Haddad, succeduto ai fratelli Sinwar eliminati da Israele, rivendicano la prosecuzione della lotta armata anche se i loro uomini sono stremati, decimati e spesso allo sbando. È un corpo fratturato.