A pochi giorni dal cessate il fuoco tra Israele e Hamas, Hamas si è già fatto risentire nella Striscia di Gaza per riaffermare il proprio controllo. Circolano da qualche giorno video di linciaggi pubblici condotti dal gruppo nelle piazze contro clan locali accusati di aver collaborato con Israele. Il messaggio è chiaro: Hamas non intende smilitarizzarsi né cedere facilmente il potere.

Il potere di Hamas si inserisce in un contesto diviso tra due fazioni: una che ne osteggia l’ascesa e un’altra che la sostiene. Da un lato, il mondo arabo ha espresso la propria posizione sostenendo i venti punti del piano Trump e prendendo chiaramente le distanze da Hamas: il gruppo deve essere smilitarizzato e ricondotto entro i limiti di un ruolo politico subordinato, idealmente sotto la supervisione di paesi amici dell’Occidente, come il Qatar.

Dall’altro lato rimane la potenza iraniana, che ha rifiutato l’invito a partecipare al dialogo di pace tenutosi in Egitto, nonostante l’invito formale. Sebbene indebolito dagli attacchi israeliani dello scorso agosto, l’Iran resta una potenza regionale di grande influenza, capace di finanziare e armare gruppi ribelli in tutta la regione: dagli Houthi in Yemen, a Hezbollah in Libano, fino ad Hamas a Gaza. Un Iran sempre più vicino alla soglia nucleare e sempre più isolato dal mondo globalizzato, che trova nel sostegno a questi attori non statali una forma indiretta di rafforzamento geopolitico.