Torture, ustioni, operati senza anestesia. Imbottiti di cibo prima di ritornare in Israele, perché Hamas non voleva che il mondo li vedesse deperiti. Le storie che raccontano gli ostaggi israeliani tornati a casa sono al limite, legate dal filo, sottile e fortuito, della sopravvivenza. Gli ultimi venti ostaggi vivi sono stati restituiti, hanno abbracciato le famiglie, le fidanzate, le mogli, hanno potuto lavarsi e sdraiarsi in un vero letto. Ma, raccontano i medici che li hanno visitati e i parenti, ‘ancora devono tornare veramente. Non sanno come ricominciare a vivere”.
Avinatan Or, 32 anni, rapito al festival Nova con la sua ragazza Noa Argamani è uno dei casi considerati più gravi dagli specialisti. Ha perso tra il 30 e il 40% del suo peso. La foto di lei portata via dai terroristi in moto mentre urlava verso il suo compagno è uno dei simboli del 7 ottobre. Lei è stata salvata dall’Idf con un blitz nel giugno 2024 mentre veniva tenuta prigioniera in casa di un giornalista, lui è stato tenuto in isolamento totale per due anni di seguito nella Striscia di Gaza centrale. Non ha mai incontrato altri ostaggi, ha sofferto continuamente la fame. Un primo esame medico ha rilevato una perdita di peso tra il 30 e il 40%. Dopo il rilascio, Or ha chiesto di poter trascorrere del tempo da solo con Noa. Lei ha condiviso un post: “Prima sigaretta insieme dopo due anni”. Elkana Bohbot, 36 anni, è stato imbottito di cibo dai miliziani nei giorni che hanno preceduto la liberazione. Ma lo stomaco gli fa male: negli ultimi due anni era stato abituato a mangiare solo qualche pezzo di pita. Ha raccontato di avere passato quasi tutti i 738 giorni legato a una catena, sotto un tunnel, senza luce e senza aria.










