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Domenica sera, quando le elezioni che lo avrebbero riconfermato presidente della Toscana non erano ancora concluse, Eugenio Giani è andato a teatro: ha guardato una buona metà del Macbeth di Verdi messo in scena da Mario Martone al Maggio musicale fiorentino, poi è stato visto allontanarsi, scherzando e sorridendo con le persone che incrociava. Era il segno di una tensione tutto sommato modesta, visto che l’esito del voto era quasi scontato. Ciò che non si sapeva era quanto netta sarebbe stata quella vittoria.

Alla fine è stata netta e soddisfacente per Giani, essenzialmente per due motivi: primo perché il distacco tra lui e il suo principale avversario, Alessandro Tomasi di Fratelli d’Italia, è stato assai più ampio rispetto al 2020. Allora, contro la leghista Susanna Ceccardi in un momento in cui la Toscana, regione storicamente rossa, pareva contendibile, Giani vinse di 8 punti; stavolta ha ottenuto circa 15 punti in più di Tomasi. Un successo che sembra riconducibile in particolare all’approccio nel complesso moderato del centrosinistra a fronte di una campagna elettorale che invece la destra ha mantenuto quasi sempre su toni radicali: e questo è l’altro motivo di soddisfazione per Giani, visto che nei mesi scorsi proprio il suo profilo troppo centrista, “riformista”, era stato considerato dai dirigenti nazionali del suo partito, il PD, poco spendibile in vista del voto. Non a caso, nel commentare la vittoria, Giani ha esordito dicendo che questa è stata la vittoria «della Toscana illuminata e riformista».